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Islanda, Finlandia e i miti cari a Tolkien

31 Ottobre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

Thingvellir: alle spalle il contrafforte di basalto nero, davanti l’immenso prato ricoperto di lichene dove si svolgeva l’Althing, il parlamento a cielo aperto degli islandesi. Nell’aria fredda e odorosa di zolfo, in questa terra di lava color asfalto, fra dune di pomice e sbuffi di geyser, necessita compiere una classificazione di ricordi e associazioni mentali che ci si affastellano confusi nella testa.

 

Cominciamo con l’Edda.

 

Il termine Edda, al plurale Eddur, si riferisce a due testi in norreno entrambi scritti in Islanda durante il XIII secolo. L’Edda poetica, o Edda antica, e l’Edda in prosa, quella di Snorri.

L’Edda antica trae origine dal Codex Regius, manoscritto composto nel XIII secolo, di cui si sono perse le tracce fino al 1643. La parte iniziale è la nota Völuspa, la profezia della veggente, fonte preziosa di conoscenza della mitologia e della cosmogonia norrena. La veggente parla con Odino e gli narra della creazione del mondo e del Ragnarök, il suo catastrofico destino. All’interno della Völuspa sei stanze sono dedicate a un elenco di nomi di nani, da cui Tolkien ha attinto a piene mani per la sua trilogia. Nel 2009 la Harper e Collins ha pubblicato un lavoro postumo di Tolkien sull’Edda poetica, intitolato “La leggenda di Sigurd e Gudrun”, in un inglese che cerca di riproporre il metro allitterativo del norreno.

L’Edda in prosa, scritta attorno al 1220 da Snorri Sturluson, poeta e politico facente parte dl parlamento islandese, comincia con una rievocazione dei miti e delle leggende già presenti nell’Edda antica ma poi evolve in un manuale di poetica, mirato a far capire i meccanismi della poesia scaldica.

Derivata dalla voce islandese skald, cioè poeta, la poesia scaldica è complessa, intricata, allitterativa, spesso composta in lode di un particolare signore. Abbonda in Kenningar, cioè metafore ermetiche, perifrasi poetiche e immaginative che sostituiscono il nome di una cosa. L’uso della Kenning è comune nella letteratura norrena, celtica e anglosassone, se ne ritrovano esempi anche nel Beowulf, e la poesia scaldica si avvicina a quella trobadorica e provenzale.

Snorri è anche noto per aver sostenuto che gli dei non fossero altro che capi militari poi venerati (in questo riproponendo la teoria del filosofo Evemero).

 

Occupiamoci adesso delle Saghe degli islandesi.

 

La forma letteraria più vicina al romanzo moderno avutasi nel medioevo, capace addirittura di coniare un termine nuovo, è, appunto, la “saga”, che ha nella sua radice il verbo “dire”.

Le Islendigasögur sono storie di famiglia - scritte su velli di pecora in un periodo di che va dal dodicesimo al quattordicesimo secolo - che parlano di persone realmente esistite, di fatti accaduti alle prime generazioni di coloni trasferitesi dalla Norvegia in Islanda, di viaggi avventurosi in Groenlandia e Nordamerica (prima di Cristoforo Colombo), dell’insofferenza verso i re norvegesi e danesi, delle razzie compiute per conquistare terra, bottino e indipendenza.

La società descritta è simile alla borghesia del diciottesimo secolo in cui prenderà piede il genere del romanzo.

“The society imagined by the Islanding sour is as precisely observed as those of Daniel Defoe and Jane Austen”. (Robert Kellog)

Dalle saghe apprendiamo la storia, la geografia ma anche dettagli minuti della vita quotidiana dell’epoca, le complicate relazioni familiari, il concetto di onore, il potere dei godi, a metà fra preti e capi politici.

Sia i due libri dell’Edda che le Saghe Islandesi sono tentativi di conservare la tradizione del passato pagano operati durante un medioevo già cristiano.

Contemporanee di Chrétien de Troyes, di Chaucer e di Dante, non sono scritte per un pubblico aristocratico ma per gente comune, proprio come il romanzo. Le saghe sono il prodotto del popolo, di agricoltori e pescatori che sedevano attorno al fuoco la sera e rievocavano le gesta di antenati e persone famose. I protagonisti non sono eroi semidivini ma contadini e possidenti terrieri, un universo maschile di rudi combattenti e fuorilegge, sebbene alcune storie diano spazio anche ad eroine femminili.

Se in spirito ricordano l’epica, non sono in versi bensì in una prosa che mescola ironia, umorismo e nostalgia. Si differenziano dal romance medievale per la poca attenzione data alla fantasia e all’amor cortese e per la mancanza del lieto fine.

Ospitano, tuttavia, molti elementi magici e fantastici, alcuni dei quali sono stati ripresi da Tolkien: i trolls, i fantasmi, i Berserker, ovvero feroci guerrieri scandinavi che avevano fatto giuramento a Odino.

La più famosa è l’Egils saga, da molti ritenuta opera di Snorri. Egil Skallagrimsson fu il più grande scaldo islandese. Molti degli eroi di cui si narra nelle saghe erano anche poeti, capaci di recitare versi celebrativi, ma non falsamente adulatori, in onore dei loro sovrani. E tuttavia le parole erano usate anche come armi per ferire e umiliare.

Gli autori delle saghe sono ignoti e le storie sono state prima tramandate oralmente e poi, solo successivamente, raccolte in forma scritta, dopo l’ introduzione della scrittura sull’isola nel XII secolo ma, anche su questo, non c’è nessuna certezza. Lo stesso concetto di autore è molto diverso dall’attuale, indicando solo “l’iniziatore” di una storia, che non impronta di sé e del suo stile personale la materia trattata.

Una prosa come quella delle saghe era rara nella letteratura del periodo, se si eccettuano il Decamerone e la vulgata francese del ciclo arturiano.

“The development of a prose fiction in medieval Iceland that was fluent, nuanced and seriously occupied with the legal, moral and political life of a whole society of ordinary people was an achievement unparalleled elsewhere in Europe.” (Robert Kellog)

Le storie non iniziano mai in medias res ma cercano di raccontare gli eventi in ordine cronologico. Il linguaggio è diretto e semplice, grande spazio è dato al dialogo. I personaggi sono introdotti da una complicata genealogia e dal patronimico, che Tolkien riprenderà e svilupperà nelle appendici. Una delle funzioni delle saghe era anche la trasmissione di queste genealogie, ed esse avevano un intento didascalico oltre che d’intrattenimento.

Di solito la saga si apre bruscamente, con un’introduzione banale: “C’era un uomo di nome etc”. La precisione nella localizzazione geografica del racconto e nell’individuazione dell’esatto contesto storico è massima. La storia racconta di un conflitto, nato per questioni banali e comuni, del suo sviluppo sanguinoso e di faide e vendette successive. I personaggi, tuttavia, mantengono qualcosa di mitico, capacità magiche nel loro canto, potere divinatorio.

Sebbene, come abbiamo detto, siano in prevalentemente in prosa, contengono al loro interno anche dei versi, inizialmente visti come una fonte d’informazione e autorità storica, in seguito divenuti mezzo di espressione della mente e dei pensieri dei protagonisti.

 

Concludiamo con il molto più recente Kalevala.

 

Nel 1835 Elias Lönrot riordina e pubblica sotto forma di poema una vasta collezione di ballate eroiche in careliano. La versione successiva, del 1849, è più completa. I Careliani sono finnici che hanno avuto contatto – guarda caso – con i vichinghi. La loro lingua, appartenente al gruppo ugrofinnico, non è di origine indoeuropea. Kalevala significa “Terra di Kaleva”, ossia, appunto, Finlandia.

Anche in questo caso si tratta del recupero di antiche tradizioni e antichi canti. Il poema è tuttora cantato da alcuni anziani bardi con valenze sciamaniche.

Fu tradotto da Igino Cocchi nel 1909 e nel 1010 dal livornese Paolo Emilio Pavolini (padre del famoso gerarca Alessandro). Quest’ultima versione, in ottonari - il metro originale del testo finnico - è disponibile in un’edizione curata da Roberto Arduini e Cecilia Barella per la casa editrice Il Cerchio di Rimini.

La storia dell’eroe e poeta Väinamöinen, del fabbro Ilmarinen e del guerriero Lemminkäinen ha in parte ispirato il poeta americano Longfellow, il compositore Sibelius e, infine, Tolkien con “Il Silmarillion” e la struttura delle lingue elfiche. Tutto gira intorno alla ricerca di una sposa per gli eroi protagonisti, e del Sampo, un mulino magico che assicura ricchezza a chi lo possiede.

Molti gli adattamenti e riduzioni per ragazzi, in particolare ci piace ricordare quella edita nel 1961 per i tipi di Malipiero, di cui riportiamo uno stralcio:

 

L’intrepido vegliardo Vainamonen, immensamente forte, era il cantore di Kalevala” (Per cantore intendiamo uno scaldo, un eroe poeta simile a quelli presentii nell’Edda e nelle Saghe islandesi, che ha nel suo canto anche capacità magiche e taumaturgiche). “Il suo canto era come il cielo: copriva tutta la grande regione di Kalevala, e la copriva di giorno e di notte, come un vento gagliardo capace di profferire parole musicate che tutti udivano anche chiusi dentro le capanne. La sua fama giunse lontano, come un’acqua che si spande nelle pianure. Giunse così fino alle terre di mezzogiorno, nei luoghi di Poiola.”

 

 

****

Riferimenti

Robert Kellog, Introduzione a “The Sagas of Icelanders”, Penguin 2000

Thingvellir: behind the black basalt spur, in front of the immense lichen-covered lawn where the Althing was held, the open-air parliament of the Icelanders. In the cold, sulfur-smelling air, in this asphalt-colored lava land, among pumice dunes and geyser puffs, it is necessary to make a classification of memories and mental associations that pile up confused in our heads.

Let's start with the Edda.

The term Edda, in the plural Eddur, refers to two Norse texts both written in Iceland during the thirteenth century. The poetic Edda, or ancient Edda, and the prose Edda, that of Snorri.

The ancient Edda originates from the Codex Regius, a manuscript composed in the thirteenth century, of which traces have been lost until 1643. The initial part is the known Völuspa, the prophecy of the seer, a precious source of knowledge of Norse mythology and cosmogony. The prophet talks to Odin and tells him about the creation of the world and Ragnarök, his catastrophic fate. Inside the Völuspa, six stanzas are dedicated to a list of dwarf names, from which Tolkien drew heavily for his trilogy. In 2009, Harper and Collins published Tolkien's posthumous work on the poetic Edda, entitled "The legend of Sigurd and Gudrun", in an English that seeks to re-propose the Norse alliterative meter.

The prose Edda, written around 1220 by Snorri Sturluson, poet and politician belonging to the Icelandic parliament, begins with a re-enactment of the myths and legends already present in the ancient Edda but then evolves into a poetic manual, aimed at understanding the mechanisms of heraldic poetry.

Derived from the Icelandic voice skald, i.e. poet, Scaldic poetry is complex, intricate, alliterative, often composed in praise of a particular gentleman. Kenningar abounds, that is, hermetic metaphors, poetic and imaginative periphrases that replace the name of a thing. The use of Kenning is common in Norse, Celtic and Anglo-Saxon literature, examples are also found in the Beowulf, and the scaldic poetry approaches the trobadoric and Provencal one.

Snorri is also known for claiming that the gods were nothing but military leaders who were revered (in this proposing the theory of the philosopher Euhemerus).

Let's deal with the Icelandic Sagas now.

The literary form closest to the modern novel that took place in the Middle Ages, capable of even coining a new term, is precisely the "saga", which has at its root the verb "to say".

The Islendigasögur are family stories - written on sheepskin in a period from the twelfth to the fourteenth century - that speak of people who really existed, of events that occurred to the first generations of settlers who moved from Norway to Iceland, of adventurous trips to Greenland and North America (before Christopher Columbus), of the impatience towards the Norwegian and Danish kings, of the raids carried out to conquer land, booty and independence.

The society described is similar to the eighteenth-century bourgeoisie in which the genre of the novel will take hold.

"The society imagined by the Islanding sour is as precisely observed as those of Daniel Defoe and Jane Austen". (Robert Kellog)

 

From the sagas we learn history, geography but also minute details of the daily life of the time, complicated family relationships, the concept of honour, the power of godi, halfway between priests and political leaders.

Both the two books of the Edda and the Icelandic Sagas are attempts to preserve the tradition of the pagan past operated during an already Christian Middle Ages.

Contemporary of Chrétien de Troyes, Chaucer and Dante, they are not written for an aristocratic audience but for ordinary people, just like the novel. The sagas are the product of the people, of farmers and fishermen who sat around the fire in the evening and recalled the deeds of ancestors and famous people. The protagonists are not semi-divine heroes but farmers and landowners, a male universe of rough fighters and outlaws, although some stories also give space to female heroines.

If in spirit they recall the epic, they are not in verse but in a prose that mixes irony, humour and nostalgia. They differ from medieval romance by the lack of attention given to imagination and courtly love and the lack of a happy ending.

They host, however, many magical and fantastic elements, some of which were taken up by Tolkien: the trolls, the ghosts, the Berserkers, or fierce Scandinavian warriors who had sworn an oath in Odin.

The most famous is the Egils saga, considered by many to be Snorri's work. Egil Skallagrimsson was the largest Icelandic skald. Many of the heroes mentioned in the sagas were also poets, capable of reciting celebratory verses, but not falsely flatterers, in honour of their sovereigns. And yet the words were also used as weapons to hurt and humiliate.

The authors of the sagas are unknown and the stories were first handed down orally and then, only later, collected in writing, after the introduction of writing on the island in the twelfth century but, even on this, there is no certainty. The same concept of author is very different from the current one, indicating only the "initiator" of a story, which does not mark the subject with his personal style.

Prose like that of the sagas was rare in the literature of the period, except for the Decameron and the French vulgar of the Arthurian cycle.

"The development of a prose fiction in medieval Iceland that was fluent, nuanced and seriously occupied with the legal, moral and political life of a whole society of ordinary people was an achievement unparalleled elsewhere in Europe." (Robert Kellog)

Stories never begin in medias res but try to tell the events in chronological order. The language is direct and simple, large space is given to dialogue. The characters are introduced by a complicated genealogy and surname, which Tolkien recovers and develops in the appendices. One of the functions of the sagas was also the transmission of these genealogies, and they had a didactic purpose as well as entertainment.

Usually the saga opens abruptly, with a banal introduction: "There was a man named etc". The accuracy in the geographical location of the story and in identifying the exact historical context is maximum. The story tells of a conflict, born out of trivial and common questions, of its bloody development and of feuds and subsequent vendettas. The characters, however, retain something mythical, magical skills in their singing, divinatory power.

Although, as we said, they are mainly in prose, they also contain verses within them, initially seen as a source of information and historical authority, which later became a means of expression of the mind and thoughts of the protagonists.

We conclude with the much more recent Kalevala.

In 1835 Elias Lönrot rearranged and published a vast collection of heroic Karelian ballads in the form of a poem. The next version, from 1849, is more complete. The Karelians are Finns who have had contact - coincidentally - with the Vikings. Their language, belonging to the Finno-Ugric group, is not of Indo-European origin. Kalevala means "Land of Kaleva", in other words Finland.

Also in this case it is the recovery of ancient traditions and ancient songs. The poem is still sung by some elderly bards with shamanic valences.

The story of the hero and poet Väinamöinen, the blacksmith Ilmarinen and the warrior Lemminkäinen partly inspired the American poet Longfellow, the composer Sibelius and, finally, Tolkien with "The Silmarillion" and the structure of the elven languages. Everything revolves around the search for a bride for the heroes and the Sampo, a magic mill that ensures wealth for those who own it.

There are many adaptations and reductions for children, in particular we like to remember the one published in 1961 for the types of Malipiero, of which we report an excerpt:

"The intrepid old man Vainamonen, immensely strong, was the singer of Kalevala" (By singer we mean a scaldo, a poet similar to those present in the Icelandic Edda and Sagas, who also has magical and thaumaturgical skills in his hand). "His hand was like the sky, covered the whole greater region of Kalevala, and covered it by day and by night, like a strong wind capable of uttering words to music that everyone could hear even locked inside the huts. His fame went far, like water spreading over the plains. Thus it reached the lands of midday, in the places of Poiola. "

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