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Niccolò Gennari, "L'incanto del tempo" volume secondo

19 Giugno 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #recensioni, #fantasy

 

 

 

 

 

L’incanto del tempo

Volume secondo

Niccolò Gennari

Ebs print, 2018

pp 445

16,50

 

Fra il primo e il secondo volume della saga de L’incanto del tempo di Niccolò Gennari,  c’è un abisso, forse quello dell’immane cascata con cui termina il primo volume. C’è un abisso di stile, perché è maturato e non si notano più imprecisioni o ripetizioni, ma anche, solo per quanto riguarda i primi capitoli, di contenuto. Dispiace però che, col progredire della storia, molto si perda.

Mi sembra che il secondo volume abbia poco in comune col primo dal punto di vista del seguito della trama, benché vi si siano citati alcuni personaggi già comparsi, come Xinti, la fanciulla misteriosa, e si prosegua la ricerca degli elementali, cioè le bacchette capaci di comandare i quattro elementi. Lo sviluppo da un volume all’altro, però, non è intuitivo, la parte finale è abbastanza prolissa e poco avvincente, soprattutto a causa della numerazione dei maghi reincarnati, di cui è difficile tenere le fila, persino avvalendosi delle spiegazioni in appendice. Abbiamo comunque alcuni topoi del genere: la cerca, la compagnia eterogenea, e anche il concilio (non di Elrond ma che gli somiglia).

E poi abbiamo la congrega dei maghi. Direi che la "Reminiscenza" dei maghi è ciò che maggiormente caratterizza questa saga italiana e, sicuramente, potrebbe esserne un originale punto di forza, se non si trasformasse, dal primo al secondo volume, in un semplice elenco di nomi e numeri. Insomma, ci piacerebbe scoprire questa reminiscenza "vivendola" in prima persona attraverso un personaggio che, giovinetto, si trovi alle prese con questi ingombranti ricordi di vite precedenti. 

Peccato perché l’inizio è proprio dirompente, con la nascita, in un castello tenebroso, di Fidelia, una strega potente, personaggio ben disegnato, seguito dall’infanzia fino alla maturità, ricco di sfaccettature e approfondimento psicologico, cosa che manca a quasi tutti gli altri – a parte l’arrivista Io Bracht. Ma di questo personaggio umano, fantastico e forte, si perdono le tracce in tutto il resto del volume. L'autore promette che ne farà la protagonista del quarto e ultimo tomo ma per il momento ci chiediamo a cosa serva introdurla per poi abbandonarla, come se i primi capitoli costituissero l’incipit di un romanzo a se stante. 

Ci sono anche interessanti ambizioni filosofiche e psicanalitiche nel testo. L’autore dice che “siamo ciò che ricordiamo”. La realtà, dunque, non è oggettiva, bensì kantianamente plasmata dalla nostra capacità di conoscerla, in particolar modo di ricordarla. Ciò che non ricordiamo non esiste.

Noi tutti siamo, in fondo, solo ciò che ricordiamo. Nulla di più e nulla di meno. La stima che abbiamo di noi, le nostre capacità, sia mentali che fisiche, i nostri sogni. Le nostre paure e i nostri demoni. Ogni cosa è affidata alla nostra memoria.” (pag 288)

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