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Adriana Pedicini ANCHE LA CULTURA PRODUCE FRUTTI COPIOSI

22 Marzo 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi, #cultura, #biagio osvaldo severini

ANCHE LA CULTURA PRODUCE FRUTTI COPIOSI

di Biagio Osvaldo Severini

Società della conoscenza. Sviluppo degli strumenti cerebrali e crescita economica. Beni culturali ed economia. La cultura della criticità e il gregge. Il compito della cultura. La politica capisce l’importanza di unire cultura e imprese?Incompetenza nella gestione delle istituzioni culturali. Taglio dei fondi o caccia agli evasori? Individualismo o vita comunitaria?

Oggi viviamo nella società della “conoscenza”, dell’ “immaterialità” .

Questo significa che siamo passati dalla società industriale alla società postindustriale.

La conseguenza di questa trasformazione socioeconomica comporta un cambiamento radicale nella attività lavorativa: dalla produzione pura e semplice di “beni materiali” si passa alla produzione di “beni immateriali”; quindi, dall’impiego delle braccia come forza-lavoro alla utilizzazione delle teste “ben fatte”, dei cervelli.

Accanto all’agricoltura, accanto all’industria, anche la cultura può diventare “fruttifera”. Solo che i suoi frutti non sono patate, broccoli, olio, vino, grano, mele, cocomeri, frigoriferi, computer, telefonini e cose simili (pure importanti), bensì beni che non si toccano ma che pure esistono.

I beni immateriali, infatti, sono: la conoscenza; la comunicazione o informazione; il benessere; la qualità della vita.

Noi pensiamo che la “qualità della vita” rappresenti la caratteristica più importante dei beni materiali e immateriali, quella che tutti li contiene e li sintetizza. Già Seneca aveva affermato il principio che “non enim vivere bonum est, sed bene vivere”.

Ci permettiamo di interpretare tale principio, intendendo che la semplice vita corporea da sola non è un bene; bene è invece condurre una vita caratterizzata dalla possibilità di godere, individualmente e comunitariamente, dei “frutti” della operatività manuale e intellettuale. Insomma: stare bene con se stessi e con gli altri.

Produrre beni immateriali, significa valorizzare, ad esempio, la “golden economy”, “ l’economia d’oro dei tesori culturali e ambientali”, considerarli “risorse culturali”, per trasformarli in “risorse economiche”.

I “tesori culturali e ambientali” si trovano in ogni città, in ogni paese, in ogni contrada del Mezzogiorno, del Sud, delle Zone interne.

Essi devono, però, essere portati alla luce del sole; su di essi si devono accendere i riflettori per poterli trasformare in “risorse economiche”.

Il “grado di competitività” di una Nazione, di una Regione, di una Provincia, di un Comune è, perciò, direttamente proporzionale agli investimenti in cultura.

Perché la cultura, infatti, deve essere intesa non più come un campo ristretto alle nozioni o alle teorie specialistiche, ma come orizzonte aperto alla “paideia”, ossia alla formazione della persona; alla “communis humanitas”(Luigino Bruni), ossia alla vita condotta insieme con gli altri uomini; e, infine, alla “polis”, ossia alla vita associata strutturata dalle diverse istituzioni e dai molteplici valori che la costituiscono.

Per essere ancora più chiari: più soldi si investono in “cultura”, più aumentano alcune caratteristiche positive della comunità, quali la competitività, la crescita civile, la sicurezza, la ricchezza economica.

Sviluppo degli strumenti cerebrali e crescita dell’economia

Le facoltà di Economia dell’Università di Torino e di Venezia hanno calcolato in proposito che:

1 euro investito in cultura ha una ricaduta sull’economia cittadina di 21 euro!

Esiste, inoltre, un nesso stretto tra sistema formativo che funziona e che affina gli strumenti cerebrali e la crescita dell’economia.

Questo nesso è spiegato in uno studio pubblicato recentemente dall’ OECD (Organization for Economic and Development), che è riuscito a “misurare” l’effetto del miglioramento delle “prestazioni” del sistema scolastico nazionale sull’economia complessiva del paese che investe nell’istruzione.

Basterebbero pochi miglioramenti nell’istruzione della media PISA ( Programme for International Student Assessment) per determinare un consistente aumento del Pil dei paesi OECD pari a una cifra di 115 mila miliardi di dollari nei prossimi venti anni.

Se poi si riuscisse a portare tutti al livello della Finlandia, che possiede il sistema scolastico migliore misurato con il PISA, l’aumento del Pil complessivo sarebbe pari a 260mila miliardi di dollari (Aldo Bassoni).

Per l’Italia, nei due casi, avremmo rispettivamente 5.223 e 18.094miliardi in più in venti anni.

Beni culturali ed economia

Il professore Severino Salvemini ( docente di Economia dei beni culturali alla Bocconi ) ha dichiarato che “l’Italia ha un patrimonio artistico unico al mondo, ma non sa sfruttarlo. E’ come se la Russia lasciasse arrugginire i suoi gasdotti, come se l’Arabia Saudita decidesse di non fare più manutenzione ai propri pozzi petroliferi. Perché il greggio sta a Riyad come il patrimonio artistico sta a Roma. Con una differenza: l’oro arabo continua a fluire verso l’Occidente, quello italiano è sempre più invisibile”.

In poche parole, bisogna ridurre la distanza tra cultura ed economia, che nel tempo si è, invece, sempre più dilatata.

Ma come va affrontato il problema dei beni culturali?

Per Salvemini la soluzione può essere trovata con due modalità diverse: in termini patrimoniali o in termini reddituali.

In termini patrimoniali “significa considerare il patrimonio dell’Italia, presidiarlo, manutenerlo, valorizzarlo. E’ la scuola di Salvatore Settis, davanti a cui io mi tolgo il cappello…”.

In termini reddituali significa che “la cultura, le arti, l’intrattenimento, i festival e tutto questo genere di cose ha delle ricadute economiche di reddito. Significa che producono occupazione, indotto, portano ricchezza perché attirano turisti, i quali migliorano il reddito degli albergatori che a loro volta fanno aumentare quello delle comunità locali”.

E continua con una considerazione psicologica: “Inoltre, e questo non è un effetto immediato ma non per questo è meno importante, produrre cultura aiuta a cambiare la testa delle persone. E questo è indispensabile, se pensiamo a quanto il mondo sta mutando velocemente”.

La cultura della criticità e il gregge

Noi aggiungiamo che “cambiare la testa delle persone” significa sviluppare la “cultura della criticità”, che ci fa vedere un mondo diverso dall’attuale, che ci spinge a non accontentarci dell’esistente, perché non è vero che, se una cosa esiste, essa è razionale e soddisfacente in assoluto.

Bertold Brecht affermava che “il mondo può essere cambiato solo da quelli a cui non piace”.

La consapevolezza della irrazionalità della situazione attuale, insoddisfacente ed insulsa, ci tiene lontani dal ridurre la nostra vita alla stregua della vita del gregge.

Friederich Nietzsche ha brillantemente descritto ciò che, durante la giornata e per tutta la sua vita, ripetitivamente e noiosamente, fa il gregge: “salta intorno, mangia, riposa, digerisce, torna a saltare, e così dall’alba al tramonto e di giorno in giorno, legato brevemente con il suo piacere e dolore, attaccato al piolo dell’istante”.

Il gregge ignora l’ieri, l’oggi e il domani. Gli manca la prospettiva del futuro, la voglia di andare oltre, di aprirsi a nuovi orizzonti. E’ privo di libertà. E’ incapace di decidere se scegliere una via oppure l’altra, ma si lascia guidare dall’istinto, dagli ormoni, dal principio del piacere, dalla necessità di soddisfare ora e subito un bisogno biologico o fisiologico.

Per vivere “e-gregiamente”, per staccarci dal gregge, dobbiamo proiettarci nel futuro, liberandoci dalla massività delle percezioni e del presente, operando alla luce della “spes contra spem”, della speranza nonostante le avversità, dando, così, un senso alla nostra vita, perché essa in tal modo viene progettata da noi.

Purtroppo, questa capacità progettuale, che ci spinge ad operare per trasformare le cose intorno a noi, è tenue, se non manca del tutto, soprattutto in molti giovani.

Ciò, per un verso è un paradosso, perché la proiezione verso il futuro dovrebbe essere collegata strettamente alla giovane età; per un altro verso costituisce anche un danno enorme per la società, in quanto si affievolisce la spinta al cambiamento, all’innovazione, all’invenzione, alla creatività.

Il compito della cultura

Rispetto a queste crisi (economica, sociale, etica, esistenziale) che cosa può fare la cultura?

Salvemini fa notare che “puntare sulla cultura ha due vantaggi: da una parte, in un momento di smarrimento di senso, diventa un ancoraggio per la società; dall’altra, può ridare fiato ad alcune attività economiche, visto che qualcuno dovrà pur pensare a come saranno i nuovi distretti industriali”.

Per Salvemini, dunque, si tratta di collegare la cultura con le imprese, in maniera tale da spingere i dirigenti d’impresa a produrre oggetti che incorporino in sé un valore artistico. Ma per ottenere tale risultato, occorre che i dirigenti d’impresa siano formati culturalmente non in una sola disciplina, ma in diverse sezioni del sapere, per poter concentrare questo sapere polispecialistico nella produzione di un oggetto.

Certo, questo significa immettere nel mercato delle merci un prodotto di alta qualità, un oggetto d’élite.

Ma è questa produzione d’alta gamma che farà uscire l’Italia dalla crisi, sostiene Salvemini.

Per questo studioso “l’Italia che fa le fodere o i componenti del volante non ci sarà più nel 2030. Ci distingueremo per il diritto societario sofisticato o l’ideazione di certi manufatti particolari”.

Alla produzione di oggetti comuni penseranno altri popoli, quelli emergenti che, per una serie di ragioni socioeconomiche, li faranno costare di meno.

La politica capisce l’importanza di unire cultura e imprese?

Salvemini risponde: “In Italia, assolutamente no, tant’è che abbiamo un ministero della Cultura, indipendentemente dalla situazione attuale, sganciato da quello dello Sviluppo economico. Emblematica è la dichiarazione di alcuni ministri, per i quali la “cultura non si mangia”, ma si sbagliano di grosso. La cultura dà lavoro”.

E produce anche euro, ossia ricchezza individuale e nazionale, come riportato sopra.

La tesi della improduttività della cultura è stata spesso sostenuta da classi sociali mercantileggianti, il cui pensiero si può sintetizzare nel motto latino “carmina non dant panem”, la poesia non ci procura il piatto di pasta e fagioli.

A questa tesi si riallacciano quegli studenti che sostengono: “studere, studere, post mortem quid valere?”

A cui qualche insegnante, mantenendo lo stesso stile maccheronico degli studenti, ha risposto: “no studere, no studere, ante mortem quid magnere?”

Al di fuori di questo spirito popolar-goliardico, bisogna sottolineare che molti governi , sia europei che extraeuropei, hanno capito l’importanza della cultura e dell’istruzione, soprattutto nell’attuale società, fondata sull’economia postmoderna.

In questa economia, infatti, “conterà sempre meno il valore d’uso dei prodotti e sempre più la loro valenza simbolica, il significato culturale che gli oggetti incorporano. Per produrre oggetti del genere, bisogna conoscere”, sostiene Salvemini (Espresso, novembre 2010, intervistato da Stefano Vergine).

A suo tempo l’aveva capito Obama che nel pacchetto anticrisi aveva aumentato del 30 per cento il budget annuale del “National Endowement for Arts”.

L’aveva capito Michael Bloomberg, sindaco di New York, che aveva lanciato un piano di sostegno al settore artistico che avrebbe dovuto generare un indotto di 5, 8 milioni di dollari nel solo distretto di Manhattan.

L’aveva capito Sarkozy che aveva accresciuto del 10 per cento il contributo dello Stato francese alla cultura.

L’aveva capito la Germania che aveva aumentato le somme di denaro da destinare alla scuola, all’università, alla ricerca, alla cultura.

In Italia lo hanno capito alcuni amministratori locali. Ad esempio, il governatore della Puglia, Vendola, ha portato l “Italian Wave Love Festival” (musica rock) da Arezzo a Lecce, “perché la cultura è il destino industriale del Sud”. E’ stato assecondato in ciò dal sindaco di Lecce Perrone che ha dichiarato: “… con la cultura si mangia, perché è il comparto economico nascente”.

I nostri governanti nazionali - ci sia o no la crisi economica – invece non lo capiscono. Essi, infatti, sono sempre pronti a tagliare i fondi per le istituzioni scolastiche pubbliche e per le attività culturali in genere. Sempre guidati, consapevolmente o no, dal pregiudizio che la cultura non deve essere data a tutti e chi la vuole se la deve pagare.

E così in molte scuole pubbliche manca la carta igienica, in molte aule mancano i banchi, su molte cattedre manca l’insegnante ad inizio d’anno scolastico, si trovano classi di 40 alunni, mancano gli insegnanti di sostegno, sono state tagliate ore e materie di insegnamento, i pochi laboratori esistenti non funzionano per mancanza di personale .

Non va meglio nell’Università. In Italia - dove è stata inventata l’Università! - dobbiamo amaramente constatare che solo 1(una) Università si trova nei primi 200 posti della classifica mondiale (QS World University Rankings).

Nonostante tutto, dalle nostre Università escono spesso giovani laureati di grande valore, che, però, devono emigrare per trovare un lavoro ben retribuito.

Assistiamo, quindi, alla cosiddetta “fuga dei cervelli” che è doppiamente dannosa per il nostro Paese: spendiamo soldi per la formazione dei giovani e non ricaviamo nessun utile dalle loro capacità creative. Come dire che utilizziamo i pochi fondi messi a disposizione per arricchire gli altri Paesi!

Siamo dei grandi benefattori o degli eccezionali semplicioni (o, se preferite, minchioni) ?

Incompetenza nella gestione delle istituzioni culturali

A tutto questo enorme spreco di energie mentali creative si aggiunge il danno provocato dalla incompetenza nella gestione delle istituzioni culturali specifiche.

Secondo i giornalisti-scrittori Rizzo e Stella ( “Vandali – L’assalto alle bellezze d’Italia”, Rizzoli, 2011 ), le gallerie d’arte inglesi “Tate Britain” hanno fatturato nell’ultimo anno fiscale 76,2 milioni di euro, poco meno degli 82 milioni entrati nelle casse con i biglietti di tutti i musei e i siti archeologici statali italiani messi insieme.

A New York, inoltre, “il merchandising ha reso nel 2009 al Metrpolitan Museum quasi 43 milioni di euro, ben oltre gli incassi analoghi di tutti i musei e i siti archeologici della penisola italiana, fermi a 39,7 milioni di euro. Ristorante, parcheggio e auditorium dello stesso museo newyorkese hanno prodotto ricavi per 19,7 milioni di euro, 3 in più di tutte le entrate di Pompei… dove i servizi aggiuntivi sono stati pari a 46 centesimi per visitatore: un quindicesimo che alla “Tate” e un ventisettesimo che al Metropolitan”

Un disastro, quindi, la gestione dei Beni culturali da parte dei nostri governanti! Perciò, essi non sono “fruttiferi” come in altre nazioni, dove cultura ed economia si abbracciano e prosperano.

Taglio dei fondi o caccia agli evasori?

Si dice che, quando mancano i soldi, bisogna tagliare dappertutto.

Certo, le strutture e gli Enti inutili, i corsi di laurea ridicoli, vanno eliminati. Ma questo non può bastare.

Non sarebbe più utile tagliare l’evasione fiscale, nel senso di scovare chi non paga le tasse e costringerlo a versare nelle casse dello Stato ciò che ha rubato e continua a rubare?

Teniamo presente che l’evasione fiscale in Italia si aggira sui 100 -120 miliardi di euro ogni anno, con un calcolo teorico.

La Guardia di finanza sottolinea che gli accertamenti fiscali hanno portato a questi risultati: redditi non dichiarati per 50 miliardi (46 % in più rispetto al 2009); 8.850 evasori totali per un reddito totale di circa 20 miliardi (47 % in più rispetto al 2009).

Il tutto sarebbe sufficiente per coprire tre finanziarie, senza far pagare le tasse a chi le paga sempre.

Con il recupero di questi ingenti somme di euro evase si potrebbero diminuire, quindi, di molto le tasse sugli stipendi, sui salari, sulle pensioni, sul lavoro e, nello stesso tempo, alimentare la crescita e, quindi, l’occupazione giovanile (mentre oggi la disoccupazione giovanile è salita al 30 %, ossia 30 giovani su 100 non trovano lavoro!).

L’Italia occupa il primo posto – e non è un primato di cui andare fieri! - nella speciale classifica dell’evasione fiscale in Europa: nel 2009 l’evasione fiscale italiana era del 51,1 % del reddito imponibile non dichiarato!

Con oltre metà della popolazione che non paga le tasse, il deficit dello Stato diventa sempre più pesante e rischiamo di trovarci nella stessa situazione dell’Argentina del 2002, che dichiarò fallimento, dice Marcello De Cecco, docente di economia alla Scuola Superiore di Pisa .

Per evitare il “default”, il fallimento, dobbiamo recuperare i soldi dell’evasione fiscale; dare più euro alla scuola, all’università, alla cultura, alla ricerca; tornare a crescere economicamente; puntare verso un modello di sviluppo che privilegi più i consumi collettivi che quelli privati.

Individualismo o vita comunitaria?

L’economia globalizzata, difatti, presenta questa caratteristica: spinge verso la “immunitas”, verso l’esenzione da obblighi nei confronti degli altri a danno della “communitas hominum”, della vita comunitaria, afferma Luigino Bruni (docente di Economia all’Università Bicocca di Milano).

Egli chiarisce che la “immunitas” fonda “l’etica della libera indifferenza”, per la quale ognuno tende a distaccarsi e a non entrare in rapporto con il suo simile, perché “il rapporto è pericoloso, perché il legame con l’altro non piace e può essere troppo impegnativo e doloroso… per cui c’è un ritorno al privato, al legame privatistico, e anche la famiglia è diventata una famiglia privata, non comunitaria”.

Per contrastare questa tendenza dannosa, Bruni propone di operare per una “etica comunitaria”, che dovrebbe essere diffusa attraverso “una grande scuola comunitaria, una scuola pubblica e per tutti, con bravi docenti, anche prendendo i giovani migliori dalle Università e mettendoli nelle aule con gli studenti, a partire dall’istruzione primaria”.

Per realizzare questo programma di una grande stagione educativa, bisognerebbe, però, investire grandi somme di denaro nell’istruzione e nella cultura, se non altro per pagare bene i migliori cervelli e attirarli nella scuola.

Soprattutto, si dovrebbe spingere l’istruzione pubblica a formare la “classe sociale della conoscenza”, la forza lavoro dei “knowledge workers”, lavoratori della conoscenza: ricercatori scientifici, progettisti, ingegneri civili, analisti di software, ricercatori biotecnologici, specialisti in pubbliche relazioni, consulenti direzionali, fiscalisti, banchieri d’affari, architetti, esperti di pianificazione, specialisti di marketing, produttori cinematografici, art director, editori, scrittori, giornalisti. E’ questo il pensiero di Jeremy Rifkin ( “La fine del lavoro”, La biblioteca di Repubblica, 2007).

Per questo economista “l’importanza della classe della conoscenza nel processo produttivo diventa sempre più grande, mentre il ruolo dei due gruppi tradizionali dell’era industriale – fornitori di capitale umano e di capitale finanziario – diventa sempre meno rilevante… i knowledge workers sono gli elementi catalizzatori della Terza rivoluzione industriale… sono i creatori della proprietà intellettuale, gli uomini e le donne le cui idee e conoscenze alimentano la società informatica”.

Ma questo da noi non si fa. Anzi, si tende a far ingrossare sempre più la categoria non qualificata dei “working poors”, non dei “poveri puri e semplici”, ma dei “lavoratori poveri” – spesso giovani e laureati - costretti a farsi sfruttare, a vivere alla giornata, a chiedere “protezione” a chi in cambio gli chiederà “fedeltà”.

Nasce, così, il sistema politico e giuridico delle disuguaglianze funzionale alla forma di governo che tende a cristallizzare, ad ingessare e a perpetuare tale situazione, per manovrare la precarietà e impedire quello che i sociologi chiamano “l’ascensore sociale”, ovvero la dinamicità delle classi sociali.

Un governo politico progressista, invece, dovrebbe occuparsi soprattutto della “crescita pubblica, senza la quale non c’è crescita civile”, sottolinea Bruni (Gli autori citati, se non diversamente indicato, si trovano in “Nuovo Consumo”, 2010).

Come si vede da queste brevi note, il tema della cultura non è un argomento che possa essere affrontato e risolto metafisicamente, librandosi nel cielo delle elucubrazioni cervellotiche ed autistiche.

Quello della cultura deve essere trattato come un problema complesso, legato com’è all’economia, all’etica, all’estetica, all’impegno politico nazionale, alla esistenza individuale, senza dimenticare i diritti universali. Bisogna, certo, soddisfare i bisogni e superare gli stati di necessità di tutti, ma rispettare anche le differenze culturali.

In una recente intervista ( “il manifesto”, marzo 2013), il grande sociologo Alain Touraine ha affermato che nella attuale crisi politica stiamo assistendo alla “centralità della dimensione culturale, etica del nostro stare insieme”. Proprio perché ci troviamo in una situazione sempre sull’orlo della catastrofe, “l’obiettivo è costruire una “polis”, cioè una dimensione politica ancorata all’universalismo delle differenze… in modo da combinare i diritti civili, politici e sociali affermati nella modernità con la salvaguardia dei diritti delle comunità”.

L’impegno per tutti noi, dunque, dovrebbe essere quello di far rivivere quella che è la parte più nobile e civile della nostra storia e che ci ha sempre distinti nel corso dei secoli: la cultura.

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